LOUVRE – ABU DHABI, un contratto proficuo?

Il Museo, tempio della memoria. Questo il titolo di un libretto molto interessante che girava nel dipartimento di storia dell’arte, all’università, ai tempi in cui ero ancora studentessa. E questa è l’idea che la maggior parte della gente possiede del museo. Un luogo deputato da sempre a consacrare a eterna memoria opere d’arte e artisti. Per secoli, questi meravigliosi micro universi sono stati i contenitori, qualche volta anche un po’ indegni, delle testimonianze artistiche e storiche di intere generazioni di esseri umani. Oggi il museo ha cambiato significato, contenuti, obiettivi. Nel terzo millennio, nell’era della comunicazione di massa e della più sfrenata globalizzazione, il museo si è evoluto o forse no, ma sicuramente è diventato qualcos’altro.

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Luogo di incontro, di scambio, di intrattenimento, oggi anche oggetto di mercificazione. Ed eccoci al punto. Ma spieghiamoci con chiarezza e proviamo a tornare indietro, ormai di un paio d’anni, per fare luce su una questione alquanto singolare.

Sul finire del 2007, infatti, si diffuse rapidamente una notizia piuttosto scandalosa. Pareva essersi definito un accordo tra la Direzione del Louvre e l’Emirato Arabo di Abu Dhabi, in cui si autorizzava la cessione del marchio Louvre e di una serie di opere prese a noleggio dalla celebre collezione francese. Il fine era quello di dare vita ad un grandioso museo che avrebbe visto la luce nel 2012. Circa. Per la prima volta avveniva qualcosa che avrebbe per sempre minato il significato profondo dell’inalienabilità di una collezione. Varie le motivazioni, varie le reazioni. Prima fra tutte una lettera aperta, un vero e proprio pamphlet, dal titolo I musei non sono in vendita, che Francoise Cachin, direttrice onoraria dei Musèes de France, Roland Recht, professore al Collège de France e Jean Clair, la cui grande esperienza curatoriale presso i musei di Parigi, New York e Ottawa è nota a tutti nel settore, scrissero subito sull’argomento, facendola sottoscrivere a migliaia di persone comuni impiegate nei musei e nelle università. Rilanciato subito online da latribunedelart.com e divenuto col passare dei mesi una vera e propria petizione, aveva di poco anticipato i numerosi appelli successivi, come quello fatto da ben trentanove conservatori del Louvre (che subito dopo dovettero ritrattare le proprie dichiarazioni a causa della palese minaccia di essere licenziati) e suscitato tanto clamore mediatico.

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Henri Loyrette, all’epoca direttore del Louvre, rispose alle critiche, difendendo il valore culturale e scientifico dell’ operazione, ma anche denunciando «la battaglia contro l’ ineluttabile evoluzione dei musei all’ epoca della mondializzazione». Le motivazioni di un progetto di tale portata sembrarono a tutti evidenti. Si parlò di diffusione di una cultura universale che avrebbe avuto in Francia la sua culla, ma anche di valorizzazione di un patrimonio considerevole di cui una gran parte giace purtroppo ancora nei depositi. Insomma, una sorta di colonialismo culturale e artistico già iniziato da Chirac. Oggi persino Sarkozy, Presidente francese in carica, ammette di essere d’accordo con quelle tesi e infatti afferma che: “Non è il nostro credo quello di tenere gelosamente per noi la nostra cultura”. Sinteticamente, pare che l’obiettivo da raggiungere sia quello di trasformare quel filone sostanzialmente improduttivo che chiamiamo normalmente “cultura”, in qualcosa che possa essere gestito e monetizzato al pari di un prodotto industriale, che però non vanta, proprio per essere tale, nessuna dote di unicità ed irripetibilità. Dunque anche le opere d’arte, che finora credevamo appartenenti ad una categoria protetta, frutti dello spirito e della mente, si potranno quantificare e considerare merce di scambio. Crolla un mito, anzi due. Secondo l’ICOM (International Council of Museums) che detta legge in campo di deontologia museale, “i musei sono delle istituzioni permanenti, senza scopo di lucro a servizio della società e del suo sviluppo, aperte al pubblico. Acquisiscono, conservano, diffondono ed espongono a fini di studio, di educazione e di diletto,  le testimonianze materiali e immateriali dei popoli e del loro ambiente.” L’articolo 2.16 del Codice che l’ICOM ha scritto dice inoltre che “le collezioni dei musei sono costituite per la comunità e in nessun caso devono essere considerate un attivo finanziario.” Pare evidente che tutto questo sia in netto contrasto con le recenti politiche “espansionistiche” della Francia. E così crolla anche un secondo mito, quello appunto di sapere inalienabili le collezioni di opere d’arte. Del resto, come ci ricorda Jean Clair nel suo libro (La Crisi dei Musei, Skira) nella storia dei popoli soltanto due Stati hanno venduto il proprio patrimonio artistico: la Russia di Lenin ed il regime nazionalsocialista tedesco, dopo la presa del potere da parte di Hitler.

DUBAI - FEBRUARY 1: A computer generated image shows the Emirati version of the famous French the Louvre museum which will be built on a new artificial Island of Saadiyat in the United Arab Emirate of Abu Dhabi. The concept design of a classical museum, which is tipped to bear the Louvre's name and expected to cost 108 million dollars, was presented by representatives of French architect Jean Nouvel on February 1, 2007. Abu Dhabi, looking to tap into the thriving tourism market in the United Arab Emirates, plans to offer a cultural bonanza rather than follow Dubai in focusing on shopping holidays. (Photo by: AFP/Getty Images)

Ma cerchiamo di guardare la questione con occhi meno tradizionalisti e conservatori. Il gigantesco complesso museale, che dovrebbe coprire un’estensione di 24.000 metri quadrati, di cui 6.000 per esposizioni permanenti e 2.000 per esposizioni temporanee, sorgerà sull’isola artificiale di Saadiyat, che in italiano vuol dire isola della felicità, già concepita per ospitare il polo espositivo del Guggenheim Museum, un museo marittimo, un museo d’arte classica ed un complesso di teatri per spettacoli e concerti. Dai progetti digitali che sono andati in giro sul web, dell’architetto Jean Nouvel, chiamato in causa per l’edificazione, il lussuoso edificio avrebbe una forma circolare, a metà tra un disco volante ed un fungo, circondato da acque e da palme. E varrebbe all’Agence France Musèum, che curerà la gestione del denaro affinchè un consorzio di musei francesi ne possa beneficiare, circa un miliardo di euro per i prossimi trent’anni. Di tale cifra il 40% sarà destinato esclusivamente al Louvre. Numeri da capogiro le cui prospettive di sicuro profitto devono aver grandemente lusingato il governo francese, se in breve tempo l’accordo è stato sottoscritto dal Ministro della cultura, Renaud Donnedieu de Vabres ed il sultano bin Tahnoon Al Nahyan, responsabile del turismo di Abu Dhabi. Se dietro questa gigantesca operazione culturalfinanziaria ci siano, come pare, altri reconditi fini non è stato detto con chiarezza, anche si vocifera che la stipula favorisca in realtà un accordo strategico che ruota intorno alla vendita di aerei civili e militari. L’intero progetto si chiamerà M21, che significa museo del ventunesimo secolo, e secondo un modello manageriale di stampo americano, utilizzerà sul mercato i soli fondi ricavati dagli interessi, preservando il capitale.

Ed è notizia di questi giorni che il governatore Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, avrebbe dichiarato al quotidiano La Nazione, nel corso di una missione che tenta di aprire nuovi mercati, “Io credo che non sarà impossibile, in un futuro poco lontano, parlare degli Uffizi di Abu Dhabi, nelle forme che potremo studiare con il governo. Sapete, la Toscana ha quasi il 50% delle opere d’arte del mondo e molte non trovano spazio nei nostri musei che sono strapieni…

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Sogno o realtà? E’ancora presto per dirlo, ma quello che è certo è che la missione universalistica che la Francia si accinge a compiere cambierà per sempre il nostro modo di vedere, vivere, pensare il museo. Una svolta epocale che non lascerà indifferenti tutti quei romantici sognatori che vi si recavano per provare da vicino, in una situazione ormai non troppo intimistica, anzi diremmo piuttosto confusionaria e globalizzata, il contatto con l’opera d’arte e col suo creatore. La fine, dunque, per chi credeva che il museo fosse  l’espressione di una architettura cerimoniale, ma anche di una società. Spazio e luogo in cui la cultura si esprime nell’assoluta unicità dei suoi “prodotti”, tempio per sentire vibrare lo spirito e tutto ciò che di immateriale esso comporta e significa e che adesso, monetizzato, scambiato e prestato, sta per essere venduto. Per sempre.

 

 

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