PAUL MCCARTHY: il lato oscuro del sogno americano

Un caos generatore di immagini, che produce performance intese come momenti salienti di un esasperato interrogativo sulla ricerca della identità umana più profonda, sembra essere l’origine del percorso creativo di Paul McCarthy. Celebrato maestro dell’arte contemporanea, capace da decenni di dividere la critica in fedeli seguaci e temibili detrattori, McCarthy si è guadagnato un ruolo chiave nella storia dell’arte di quest’ultimo secolo.

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L’evidente uso della violenza nella sua produzione, inteso come gesto di irruzione nello spazio quotidiano, è figlio di un melting pot esplosivo di sessualità, rumore, cibo, caos, protesta sociale, derisa cultura americana, simbologie freudiane e nostalgico azionismo viennese, debitore della temperie inquieta e decadente della Mitteleuropa.

La sua dissacratoria produzione artistica nasce da un processo di sconfinamento verso la più totale libertà espressiva e dal continuo desiderio di superare e travolgere i canoni estetici tradizionali. Il risultato è che pupazzi, clown, pirati, maiali, pin up, presidenti, regine, rappresentazioni di Babbo Natale e Mickey Mouse animano impazziti i suoi lavori, fantomatici parchi a tema, al fine di creare fiabe popolari che sono piuttosto incubi della cronaca, inquietanti visioni dell’orrore, racconti surreali di una umanità abbietta e lasciva. Lo scandalo, formidabile strumento di comunicazione, diventa nelle sue mani un gioco assurdo che sconfina ogni limite. Ed è forse in questo orrore ed in questo dolore che si intravede, per contrasto, una via di purificazione.

Classe 1945, Paul McCarthy nasce a Salt Lake City, nello Utah, stato americano dei mormoni. Studia arte all’università e prosegue fino a conseguire un baccalaureato in pittura, presso il San Francisco Art Institute. Continua a studiare arte, video e film. Dal 1982 insegna Storia dell’arte all’Università di Los Angeles, dove ancora vive e lavora. Nella sua lunga carriera ha esposto nei più prestigiosi musei del mondo, tra cui il Museum of Contemporary Art di Los Angeles (2000), la Tate Modern di Londra (2003), l’Haus der Kunst di Monaco (2005), il Whitney Museum of American Art di New York (2008), il Moderna Museet di Stoccolma (2006), la Whitechapel Gallery di Londra (2005), l’Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart di Berlino (2008) ed il John Paul Getty Museum di Los Angeles (2008). Ha inoltre partecipato alle più grandi kermesse d’arte contemporanea, tra cui la Biennale di Venezia (quattro edizioni: 2001, 1999, 1995, 1993), la Biennale del Whitney Museum di New York, la Biennale di Berlino, la Biennale di Santa Fe, la Biennale di Lione e la Biennale di Sidney.

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La sua ultima fatica, provocatoria e dissacrante, ha troneggiato impavida nei sotterranei del dimenticato Palazzo Citterio a Milano l’estate scorsa. Qui la Fondazione Trussardi aveva allestito la prima grande esposizione italiana dell’artista, a cura di Massimiliano Gioni. In uno shakeraggio impossibile di linguaggi artistici, ai limiti del plausibile, come avvertiva un chiaro cartello all’inizio del percorso nel tentativo di tutelare la sensibilità di molti, campeggiavano una serie di ultimi lavori ed una selezione di opere realizzate dal 1978 ad oggi. Fiumi di parole, audaci stroncature si sono susseguite nell’estate milanese per parlare di un evento artistico choc. Pig Island, questo il titolo, in oltre 100 mq, voleva essere una isola del tesoro alla rovescia, una antologia surreale dei temi che hanno animato l’intera carriera dell’artista. Una sorta di Zattera della Medusa, come ha scritto la maggior parte della critica, preparata in sette lunghi anni e meticolosamente trasferita dallo studio dell’artista, mediante l’ausilio di oltre 24.000 fotografie utili a classificare ed individuare l’esatta posizione di ogni oggetto. Una sorta di Merzbau in cui l’accumulo era solo una delle caratteristiche precipue. Così STATIC, CHAIR WITH BUTT PLUG (la sedia, motivo caro alla storia dell’arte), KETCHUP SANDWICH, PIRATE PARTY, PAULA JONES (amante di Bill Clinton raffigurata come una bambola gonfiabile), fino a DREAMING (scultura iperrealista che ritrae l’artista stesso, come il Cristo del Mantegna, nudo dalla cintola in giù e sdraiato su un lettino da campo) si susseguivano in bella vista ipertrofiche, assurde, pantagrueliche, sempre al limite tra realtà e finzione, mescolando le fiabe popolari con gli incubi della cronaca e svelando senza paure il lato oscuro del sogno americano.

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Soffermandosi con attenzione ad esplorare i lavori di McCarthy, ci si accorge di compiere un viaggio, meglio di attraversare un incubo.  Il corpo sembra essere il vero protagonista, responsabile di lasciare, al posto dei pennelli, tracce tutte intorno: sul pavimento, sugli oggetti, sui muri, sulle persone. La totale assenza di una struttura narrativa spinge l’osservatore in una situazione di caos volontario, in cui la persistente pressione claustrofobica crea un disagio fisico e psichico. Viene da chiedersi se in questa battaglia tra realtà e finzione, tra pieno e vuoto, apparenza e sostanza non ci sia la rappresentazione di una crisi psicologica profonda, quella della nostra società. Nei set delle sue azioni, molto simili a quelli cinematografici, memori di Pasolini, una sinistra forma di feticismo investe oggetti e persone. Non li nega, malgrado li maltratti, ma li spettacolarizza, li violenta, ne abusa pubblicamente. Con molta ironia. Ma nonostante tutto, c’è qualcosa di profondamente malato in questo spargimento di sangue, che poi è ketchup, di escrementi fatti in realtà di cioccolato, in queste plateali dimostrazioni artistiche, che poi sono vere e proprie performance parodistiche della contemporaneità. Qui nulla è serio, tranne la tragicità della finzione.  L’eliminazione del punto di osservazione unico e completo, la struttura a compartimenti, il montaggio di elementi tra loro differenti senza alcuna apparente logica, la mancanza di una trama, la partecipazione degli spettatori documentata dallo choc emotivo costituiscono gli elementi base dei lavori di questo artista estremo.

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Resta da chiarire se è di arte intesa nel senso classico che stiamo parlando o di una semplice espressione dei nostri tempi, di una allegoria, davvero cupa e sinistra, della precaria condizione umana, dove forse tanta violenza e tanta crudezza nascondono solo un grande amore per la vita e l’eterno, umano desiderio di sconfiggere la morte.

 

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