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	<title>Interviste Archivi - ROSANNA FUMAI blog</title>
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	<description>pensieri, recensioni, commenti, interviste dal mondo dell&#039;Arte</description>
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	<title>Interviste Archivi - ROSANNA FUMAI blog</title>
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		<title>FIONA TAN, INVENTORY</title>
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		<dc:creator><![CDATA[rosannafumai]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2013 07:07:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fiona Tan è un’artista rappresentativa dei nostri tempi che porta sulle spalle una storia personale molto complessa. Capace di analizzare ed interpretare il problema dello scorrere del tempo in modo assolutamente originale, la Tan elabora profondamente il concetto di memoria, grazie all’emersione del ricordo. Organizzata visivamente e poi contestualizzata artisticamente in un sapiente apparato creativo, la memoria storica rivive in ogni opera, grazie anche ad un sapiente ed elegante uso della tecnologia.</p>
<p>Nata nel 1966 a Pekanbaru in Indonesia, da padre cinese e madre australiana, Fiona Tan intraprende un viaggio che ha come punto di partenza Roma e come destinazione mete inaspettate. Così è nato il video <em>Inventory</em> per il MAXXI. Girato interamente a Londra, nella casa museo di Sir John Soane (1753-1837), <em>Inventory</em> viene qui esposto in prima mondiale assoluta. L’artista realizza il video con sei videocamere diverse. Considerando tema centrale di quest’opera proprio gli strumenti tecnici, l’evento riflette sul concetto di traduzione e sulla fugacità delle nostre percezioni. Il legame tra Piranesi, Bentham e Soane costituisce parte della riflessione di Fiona Tan sui concetti che esplora con il suo lavoro, come quelli di tempo, memoria, identità culturale, rapporto con lo spazio. In occasione della mostra (27 marzo &#8211; 8 settembre 2013) abbiamo incontrato la curatrice, Monia Trombetta, a cui abbiamo rivolto alcune domande.</p>
<p>&#8211;&nbsp; <strong>Chi è Fiona Tan nel panorama artistico attuale?</strong></p>
<p>Fiona Tan è un’artista che lavora a livello internazionale da circa 15 anni. Quando nel 2009 realizza il Padiglione Olandese alla Biennale d’Arte di Venezia, il suo lavoro è già molto conosciuto e ha già partecipato ad una precedente Biennale (2001), a Documenta Kassel (2002), alla Biennale di Instambul (2003) ed esposto il suo lavoro in una personale alla Tate Modern (<em>Time Zones</em> 2004). La sua ferrea disciplina sul lavoro, la passione, il profondo studio dei temi di cui si nutre la sua poetica, l’hanno portata oggi a presentare un’opera come <em>Inventory</em> al MAXXI di Roma. Un lavoro che da una parte rivela la fedeltà alle sue aree di ricerca, dall’altra il progressivo sviluppo dell’analisi dei suoi mezzi espressivi. Soggettività e osservazione oggettiva restano costantemente i due poli all’interno dei quali si muove la sua ricerca. L’artista arriva al MAXXI dopo <em>Rise and Fall</em>, una importante mostra realizzata nel 2011 alla&nbsp; Arthur M. Sackler di Washington, DC e dopo la mostra <em>Disorient</em> alla Galleria di Arte Moderna di Glasgow.</p>
<ul>
<li><strong>Mi racconta in breve i suoi inizi? Come ha cominciato? </strong></li>
</ul>
<p>Fiona Tan è nata a Pekanbaru in Indonesia. È cresciuta a Melbourne in Australia, ma oggi vive in Olanda e a tutti gli effetti si considera un’artista olandese. La sua storia personale e l’analisi delle sue origini costituiscono sin dall’inizio un forte stimolo creativo. I suoi primi lavori, come <em>May you live in interesting times</em> (1995 &#8211; 97), un documentario in cui racconta il suo viaggio per conoscere tutti i parenti cinesi in giro per il mondo, ne sono una chiara testimonianza. Ma in genere tutti i suoi primi lavori contengono già <em>in nuce</em> i temi che svilupperà nel corso degli anni. L’interesse per il “punto di vista occidentale sull’Oriente” che troviamo in <em>Tuareg</em> del 2000, che mostra scene di bambini Tuareg di un clan Berbero del Sahara, torna prepotente in <em>Disorient</em>, il lavoro che la Tan porta al padiglione Olandese della Biennale di Venezia del 2009, un lavoro che partendo dai diari di viaggio di Marco Polo denuncia la visione distorta dell’occidente nel giudicare le culture orientali. Ancora in <em>Countenance</em> , il lavoro che Fiona Tan presenta a Documenta di Kassel nel 2001, l’artista ritrae oltre 200 berlinesi: in questa modalità, che l’artista definisce “da biologo amatoriale del XIX secolo”, ritroviamo una delle caratteristiche di <em>Correction</em> (2004), in cui l’artista ritrae oltre 300 detenuti e carcerieri di 4 carceri americani. Sia <em>Disorient</em> che <em>Correction</em> sono lavori che saranno esposti al MAXXI nel corso dell’attuale mostra.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-205 alignright" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/FionaTan_Inventory_12sRGB-300x185.jpg" alt="FionaTan_Inventory_12sRGB" width="300" height="185" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/FionaTan_Inventory_12sRGB-300x185.jpg 300w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/FionaTan_Inventory_12sRGB-768x472.jpg 768w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/FionaTan_Inventory_12sRGB-1024x630.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<ul>
<li><strong>Quando pensa abbia capito di essere diventata un&#8217;artista?</strong></li>
</ul>
<p>A questo non posso proprio rispondere! Posso semplicemente dire di essere felice che Fiona Tan abbia fatto questa scelta.</p>
<p><strong>&#8211; Quali sono le fonti principali del suo linguaggio? </strong>Al di là degli spunti provenienti dalla sua storia personale e dal suo modo scientifico di procedere all’analisi delle cose, di cui ho già detto, una caratteristica del lavoro della Tan è il suo profondo legame con la cultura del passato. Il fatto di essere attratta da temi come quello della memoria, del tempo, dell’identità culturale, l’ha portata a studiare come una storica o un’antropologa. I lavori esposti al MAXXI hanno dei riferimenti specifici dichiarati dall’artista stessa: Jeremy Bentham (1748-1832), Giovan Battista Piranesi (1720-1778) e Marco Polo (1254-1324) ma la sua ricerca ha un’infinità di riferimenti culturali, tra cui Walter Benjamin, Umberto Eco, Paul Valéry e se ne potrebbero citare altri ancora.</p>
<p><strong>&#8211; Quale è il suo legame con la memoria, il passato, gli archivi, la storia?</strong></p>
<p>Non saprei esattamente dire quale è il suo personale legame con il passato e con la storia. Bisognerebbe chiederlo a lei. Quello che posso dire è che questi temi sono pregevolmente espressi e approfonditi nel suo ultimo lavoro ed in generale nel progetto di mostra per il MAXXI.</p>
<p><strong>&#8211; Ci sono artisti/registi che hanno influenzato il suo lavoro?</strong></p>
<p>In una conversazione nel suo studio, a proposito del progetto di allestimento per gli spazi del MAXXI, Fiona ha esplicitamente fatto riferimento a <em>Dogville</em>, &nbsp;diretto da Lars von Trier. Il film realizzato nel 2003 presenta un’immaginaria città di Dogville senza costruzioni architettoniche, come un palcoscenico vuoto, in cui su un pavimento verde le strade e i confini delle case sono tracciate con strisce bianche.&nbsp; Le divisioni architettoniche sono invisibili, così come nell’allestimento della Galleria 5 che presenta i lavori di Fiona Tan senza divisioni e pannelli, in un allestimento <em>aperto</em> che rende fruibili le opere in un dialogo puro con l’architettura, ne garantisce l’integrità di ciascuna e la concentrazione necessaria per la fruizione. La scelta di non realizzare divisioni architettoniche lascia alle opere di Fiona Tan il compito di creare ambienti, spazi e connessioni.</p>
<p><img decoding="async" class="size-medium wp-image-206 alignright" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/FionaTan_Inventory_HD04sRGB-300x169.jpg" alt="FionaTan_Inventory_HD04sRGB" width="300" height="169" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/FionaTan_Inventory_HD04sRGB-300x169.jpg 300w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/FionaTan_Inventory_HD04sRGB-768x432.jpg 768w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/FionaTan_Inventory_HD04sRGB-1024x576.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>&#8211; In che direzione sta andando oggi la sua ricerca? </strong></p>
<p>Verso l’approfondimento di tutto quello di cui ho appena detto, con estrema coerenza e appropriatezza.</p>
<p><strong>&#8211; Quale è l&#8217;importanza di questo suo ultimo lavoro?</strong></p>
<p>Dagli anni Novanta Fiona Tan crea una serie di opere accomunate dall’interesse per la memoria, la storia e l’identità, individuali e collettive. Con <em>Inventory</em> l’artista ritorna su questi temi concentrandosi sul patrimonio lasciataci da Sir John Soane, che era a sua volta molto interessato al trascorrere del tempo e alla caducità umana. Fiona Tan palesa il proprio interesse nei confronti della continua ricerca da parte dell’uomo di rendere perenne la transitorietà della vita stessa.</p>
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		<title>INCONTRO – INTERVISTA CON CATTERINA SEIA</title>
		<link>https://www.rosannafumai.com/2010/07/13/195/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[rosannafumai]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 14:05:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’idea che la cultura&#160; sia un valore assoluto, che va difeso al di là delle possibili ricadute produttive e che le attività culturali, sebbene non [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’idea che la cultura&nbsp; sia un valore assoluto, che va difeso al di là delle possibili ricadute produttive e che le attività culturali, sebbene non generino direttamente profitto, riescano a creare effetti positivi per il turismo, il commercio e l’economia di un paese, sono solo alcuni dei principi ispiratori dell’attività lavorativa, fruttuosa e coerente, di Catterina Seia. </em></p>
<p><em>Responsabile del Learning Center e della Direzione Centrale Comunicazione integrata di Banca CRT e di UniCredit Private Banking, ha ideato e condotto per svariati anni il progetto strategico UniCredit &amp; Art, pensato per la gestione integrata degli investimenti culturali del noto Gruppo bancario a livello internazionale.</em></p>
<p><em>Oggi, che “da cittadina del mondo è diventata donna della Provincia”, prosegue la sua personale ricerca come cultural manager indipendente, per la promozione di progetti di sviluppo sociale e territoriale, sempre attraverso la cultura. </em></p>
<p><em>Avere avuto il privilegio di incontrarla a Roma, in occasione <em><em>della fiera</em></em> The Road to Contemporay <em><em>Art</em></em>, ci ha dato la possibilità di constatare di persona quanta intelligenza, eleganza, sensibilità e cultura siano racchiuse in questa protagonista della scena artistica internazionale.</em></p>
<p><img decoding="async" class="size-medium wp-image-198 alignright" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/3_Castello-di-Rivoli_seminario-201x300.jpg" alt="3_Castello di Rivoli_seminario" width="201" height="300" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/3_Castello-di-Rivoli_seminario-201x300.jpg 201w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/3_Castello-di-Rivoli_seminario.jpg 768w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/3_Castello-di-Rivoli_seminario-687x1024.jpg 687w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /></p>
<p><strong><em>Cominciamo con il passato. La sua esperienza con UniCredit. Qualche cenno, qualche ricordo. Il suo rapporto passato e presente con il Gruppo, con l’amministratore delegato Alessandro Profumo. </em></strong></p>
<p>E’ stata straordinaria. Operare in un Gruppo paneuropeo, multiculturale, attento ai talenti e all’innovazione è un grande privilegio.</p>
<p>UniCredit &amp; Art nasce nel 2004, in un momento di forte espansione internazionale del Gruppo, non solo dalla necessità di ottimizzare gli investimenti culturali, ma dalla consapevolezza che la cultura, se gestita come leva strategica, sia uno dei principali agenti di sviluppo sociale ed economico sostenibile. Interesse di un attore economico, per il suo successo nel tempo, è operare, appartenere a contesti vitali. La cultura li rende tali. E’ costruire dialogo con la comunità, partecipare attivamente alla sua crescita.</p>
<p>Il progetto che ho condotto fino al dicembre 2009, è stato&nbsp; fortemente voluto e seguito dai vertici, da Alessandro Profumo che ha una profonda sensibilità verso queste tematiche. Ha dato valore e vita ad un patrimonio artistico e storico straordinario, aggiornato con i linguaggi del presente: un asset economico rilevante, ma in primo luogo un capitale simbolico, un patrimonio d’identità che riflette le storie delle realtà confluite del Gruppo, nel quale riconoscere e riconoscersi. Uno strumento di dialogo dentro e fuori l’impresa. Un patrimonio che è cresciuto con le giovani espressioni, sostenendo la ricerca anche nelle arti e cooperando con il sistema, valorizzandone le eccellenze, partendo dalle accademie e dai musei, per noi molto più di luoghi di conservazione e veri laboratori di pensiero.</p>
<p>Muovendoci controcorrente, abbiamo rifuggito obiettivi di comunicazione di breve durata per puntare sulla costruzione di partenariati con le istituzioni territoriali e culturali, a favore di progetti di lungo termine volti in primo luogo a favorire l’accessibilità alla cultura ad un pubblico sempre più ampio e consapevole. Progetti ai quali conferire, oltre alle necessarie risorse finanziare, le competenze e la rete di relazioni proprie di un’organizzazione internazionale.</p>
<p>Un modello semplice, che ha interessato le università ed è stato seguito da molti.</p>
<p>Un ciclo si è compiuto. Ora il progetto è integrato nella struttura organizzativa. Sono state costruite competenze sia in ambito curatoriale, che di management culturale. L’arte è finalmenete parte della cultura d’impresa, del rapporto con i territori.</p>
<p><strong><em>Ci racconti del suo rapporto con l’arte e con gli artisti. Come si è evoluto?</em></strong></p>
<p>Le arti sono state parte integrante del mio percorso di crescita. La musica. Le arti visive. La letteratura. Il rapporto con l’opera, l’esperienza dell’arte riguardavano la mia dimensione privata. Come direttore della Comunicazione seguivo la relazione tra cultura e impresa con i modelli della sponsorizzazione e delle pubbliche relazioni, fino all’incontro con gli economisti della conoscenza, che mi hanno fatto comprendere quanto fosse anacronistico e riduttivo l’approccio.</p>
<p>Dalla frequentazione degli artisti, dall’essere presente nel momento dell’arte nel suo “farsi” -privilegio per me oggi irrinunciabile &#8211; ho intuito quanto la cultura possa fare per lo sviluppo del potenziale dei singoli anche in termini organizzativi e sia ancora sottostimata come risorsa.</p>
<p>Mi riferisco in particolare ai linguaggi artistici contemporanei che ci portano il nuovo, la discontinuità rispetto a codici consolidati. Con il grande contenuto di metafore, sono “una palestra” per l’accelerazione dello sviluppo delle qualità manageriali e più in generale per le competenze organizzative:&nbsp; osservare e guardare, comprendere e valorizzare la diversità &#8211; vera ricchezza del nostro tempo &#8211;&nbsp; interpretare contesti sempre più instabili, complessi e glocali, come gli attuali, moltiplicare i punti di vista. Favorire quindi il miglioramento continuo, l’innovazione. Vedendo mondi possibili, viene stimolata la nostra apertura mentale, la capacità di generare l’inedito, trovare nuove soluzioni. Avendo diretto a lungo un centro di apprendimento manageriale è stato naturale condurre una ricerca applicata&nbsp; sull’art based learning, pratica che si è diffusa come ad esempio in C4, il centro nella Villa palladiana di Caldogno, nella quale imprenditori e dirigenti della pubblica amministrazione lavorano su temi organizzativi con artisti e curatori.</p>
<p>La mia collaborazione con UniCredit prosegue oggi con Unimanagement, il centro di sviluppo della Leadership situato a Torino, proprio in questo ambito, nell’apprendimento organizzativo attraverso la cultura.</p>
<p><strong><em>Riesce a vedere in quale direzione sta andando l’arte?</em></strong></p>
<p>Trent’anni fa usciva il libro del filosofo francese Lyotard che sanciva l’ingresso nel tempo del pensiero debole, della leggerezza, dell’effimero. Il postmoderno che, come dice il filosofo Maurizio Ferraris, pare non finire mai. Un’epoca di fragilità “densa” che leggiamo nella politica come nell’economia, dalla quale dobbiamo essere in grado di uscire anche e soprattutto attraverso il pensiero degli intellettuali, degli artisti, di coloro che vedono oltre. L’arte come codice per comprendere la contemporaneità, sentirsi parte, condurre e prevederne gli sviluppi.</p>
<p>Il boom del mercato dell’arte, con riferimento speciale all’arte visiva contemporanea, ha portato con sé distorsioni, autoreferenzialità e squilibri nei rapporti economici fra beni, comunque “raffreddati” dalla crisi che, nell’ultima Basilea, si è sentita <em>quasi</em> superata.</p>
<p>Il passaggio dall’economia dell’informazione all’economia della conoscenza porta a dare nuova enfasi ai processi creativi e di generazione dell’innovazione. Nella <em>culturalizzazione</em> delle forme produttive e di scambio, l’arte è fonte non solo di arricchimento dell’immaginario, ma soprattutto di supporto al cambiamento.</p>
<p>Molti sono gli artisti, anche italiani, che conducono straordinarie ricerche di carattere sociale e che testimoniano come l’arte possa agire un ruolo di trasformazione. Tra quelli che seguo più direttamente ci sono non solo grandi Maestri come Michelangelo Pistoletto, Alfredo Jaar, Tania Bruguera, Pablo Helguera (artista indipendente che dirige la sezione adulti del dipartimento educazione del Moma), ma anche giovani. Solo per citarne alcuni del nostro Paese: Alterazioni Video, Francesco Jodice, Adrian Paci, Pietro Ruffo…Con le contaminazioni, l’interdisciplinarietà dei linguaggi caratterizza il nostro tempo.</p>
<p><strong><em>Quale “linguaggio” espressivo preferisce: pittura, fotografia, scultura, video, installazioni… La più interessante giovane proposta ed il prossimo paese emergente.</em></strong></p>
<p>Credo non sia rilevante decontestualizzare il mezzo dal messaggio. In ogni caso tendiamo a consumare continuamente video e suoni digitali, siamo abituati alla velocità, al limite di dieci minuti imposto da YouTube e riportiamo quest’abitudine anche nel nostro modo di muoverci tra le opere d’arte. Siamo figli della fotografia e dell’integrazione tra linguaggi.&nbsp; Alcuni mezzi possono essere più o meno familiari. Molte nuove proposte interessanti vengono proprio dal video-making. Mi interessa <em>l’arte partecipata</em>, che coinvolge le comunità nella costruzione di orizzonti di senso.</p>
<p>Osservo con attenzione i nuovi artisti spagnoli e svedesi, per gli investimenti elevati che questi &nbsp;Paesi riservano ai giovani talenti. A livello internazionale, il Brasile.</p>
<p><strong><em>Come è posizionata l’Italia rispetto all’Europa e al mondo a proposito del rapporto tra arte ed economia? Cioè, viene incentivata la cultura grazie al sostegno economico dello stato? </em></strong></p>
<p>Il fenomeno dei tagli alla spesa in cultura non riguarda solo il nostro Paese e deriva principalmente dalla crisi generalizzata che conosciamo che impone piuttosto una focalizzazione sul welfare. Molti altri Paesi europei stanno affrontando lo stesso scoglio.</p>
<p>Negli scorsi anni si è guardato tanto ai modelli oltralpe, alla gratuità delle collezioni permanenti dei musei inglesi, alla diffusione di vaucher in spesa culturale per gli studenti olandesi…Tutte proposte basate sull’idea che la cultura sia un bene pubblico e che, pertanto, debba esserne stimolata la domanda, specialmente per quelle fasce di popolazione a bassa capacità di spesa, come i giovani.</p>
<p>Oggi la questione è andata oltre, nel senso che si è compreso quanto lo stimolo del consumo culturale sia primariamente un fatto di educazione familiare e scolastica, dove la fruibilità gratuita gioca un ruolo secondario.</p>
<p>Guardiamo ora alla Svezia e al suo investimento straordinario, in tempi di crisi, sul sistema scolastico: questo Paese non ha agito unicamente per migliorare la preparazione accademica dei suoi talenti, ma per ottenere una cittadinanza aperta al cambiamento, all’innovazione, all’evoluzione del pensiero. Anche la Spagna, nonostante la pesante crisi economica, non osserva i traguardi raggiunti con autocompiacimento ma investe sul futuro, con una chiara comunicazione.</p>
<p>L’Italia dovrebbe oggi guardare a questo modello e ripensare al ruolo della scuola nell’educazione all’arte e alla cultura, premiando i programmi di life-long learning per le famiglie.</p>
<p>Allo stesso tempo, le istituzioni culturali devono gestire le risorse, scarse per definizione, sapientemente e con una strategia di lungo periodo. Questo non significa solo saper redigere un budget o essere ottimi fundraiser. Significa riflettere sul percorso, individuare un posizionamento, forse ridurre gli eventi, ma agire con maggiore profondità già in sede progettuale, per coinvolgere più attori, la comunità, in primis i giovani, ma anche gli adulti nella fruizione dei contenuti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-202" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/5_C4-Caldogno.-Percorso-“Confini-creativi”-300x199.jpg" alt="5_C4 Caldogno. Percorso “Confini creativi”" width="300" height="199" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/5_C4-Caldogno.-Percorso-“Confini-creativi”-300x199.jpg 300w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/5_C4-Caldogno.-Percorso-“Confini-creativi”-768x510.jpg 768w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/5_C4-Caldogno.-Percorso-“Confini-creativi”-1024x680.jpg 1024w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/5_C4-Caldogno.-Percorso-“Confini-creativi”-120x80.jpg 120w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/5_C4-Caldogno.-Percorso-“Confini-creativi”.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong><em>Che idea si è fatta del collezionismo?</em></strong></p>
<p>Il collezionismo gioca un ruolo fondamentale per il sistema dell’arte, specialmente quando è aperto alle giovani proposte, ne alimenta la crescita, sostiene la ricerca. Il privato interviene sempre più frequentemente a supportare il pubblico.</p>
<p>Si parla spesso, anche in un recente ciclo di conferenze durante la fiera di Roma, di neo-mecenatismo. Come ho avuto spesso occasione di dire, ribadisco che richiamarsi alla dimensione del mecenatismo è facile e seducente perché stabilisce un parallelo esplicito con la munificenza dei principi rinascimentali, ma credo che sia un atteggiamento un po’ nostalgico e lontano dallo spirito del nostro tempo. Un modo di guardare al presente attraverso lenti modellate sul passato. Oggi l&#8217;arte ha un forte radicamento economico e gli artisti operano spesso sul mercato globale. Mi preoccupa un aspetto della crescente popolarità del collezionismo: la sempre maggiore propensione ad evidenziarne l&#8217;aspetto esteriore, la costruzione di un&#8217;identità basata sull&#8217;apparenza, sul possedere determinate opere e sull&#8217;esibire tale possesso.</p>
<p>Comunque non va dimenticato che le collezioni, anche private, sono capaci di restituire alla società un valore immenso. In occasione dell’appuntamento europeo di Basilea, ho nuovamente visitato la Fondation Beyeler. La collezione permanente posta in dialogo mirabile con le opere di Gonzales Torres, è un esempio tangibile di quanto l’azione privata possa trasformarsi in un bene condiviso dalla comunità, non solo locale ma globale.</p>
<p><strong><em>L’arte degli ultimi anni è “arte dei grandi numeri”. Si compra ciò che è più caro, solo perché è di moda. Che ne pensa?</em></strong></p>
<p>Nel momento in cui l’arte è allineata al sistema economico è perfettamente logico che ci siano fenomeni di crescita del prezzo all’aumento della domanda e viceversa. Come abbiamo detto l’arte contemporanea si è rivelata anche come status.</p>
<p>Si è poi diffusa una tendenza naturale al talent scouting e a considerarsi esperti conoscitori dell’arte contemporanea grazie a qualche comparsata nei posti giusti, nei momenti giusti. Credo che il lavoro e la professionalità dei gate-keepers – i galleristi, i curatori, i musei, i centri per l’arte contemporanea &#8211; abbiano un ruolo e una responsabilità fondamentale nell’educare i collezionisti e il pubblico, non tanto al gusto, quanto al valore della ricerca, dell’approfondimento, perché la conoscenza sia la vera e unica risorsa per scegliere liberamente.</p>
<p>Il punto di vista prettamente commerciale dell’arte contemporanea è, tuttavia, solo uno degli aspetti della sua contestualizzazione sociale. Esistono le gallerie, esistono i musei. Esistono i collezionisti privati e grandi collezioni a disposizione del pubblico. Ritengo che siano molto rilevanti i processi di restituzione alla collettività e a più ampie fasce di popolazione di quella grande risorsa che l’arte rappresenta per la crescita.</p>
<p><strong><em>L’arte contemporanea non è diventata troppo sensazionalistica, mediatica a svantaggio del senso, del significato? Troppo contenitore e non contenuto?</em></strong></p>
<p>Certamente il mondo in cui viviamo ci propone una massificazione dell’informazione, dei messaggi. Oggi, paradossalmente, assume maggior valore non comunicare affatto, concentrandosi sul contenuto più che sulla forma.</p>
<p><em>“La ‘sacra’ comunicazione oggi tanto venerata, non può che generare un rumore di fondo così continuo e uniforme da distogliere la necessaria e serena attenzione per quel richiamo lontano irraggiungibile, chiamato silenzio”. </em>Giulio Paolini, Detto (non) fatto, 2010 Castello di Rivoli.</p>
<p>Anche l’arte contemporanea ha vissuto questo fenomeno. Molte istituzioni stanno lavorando&nbsp;ora non solo per uniformare calendari, ma per co-progettare, fare massa critica nella ricerca, costruire reti di scambio internazionale, per condividere con il pubblico&nbsp;qualità. &nbsp;Lavorare su progetti comuni investendo competenze diverse e complementari.</p>
<p>Vedo comunque un ritorno concettuale forte, molto nutrito, di riferimenti ad altri linguaggi. La tecnologia espande i sensi e le possibilità. La nuova ricerca presenta lavori più difficili, che richiedono più attenzione. C’è un ritorno a meditare sul passato recente più ricco. Seguo con attenzione il lavoro di Lara Favaretto che va in questa direzione. In molti casi abbiamo concessioni visive anche con materiali e ricorsi iconografici semplici, quasi pop, ma nella profondità il messaggio è più complesso da comprendere, come lo è sempre la ricerca.</p>
<p><strong><em>Con l’attuale crisi ancora in corso, cosa pensa accadrà al settore, sempre così sacrificato, dei beni culturali?</em></strong></p>
<p>Dobbiamo fare i conti con le affermazioni del Ministro Bondi, che sostiene che la cultura non deve più pesare sull&#8217;economia dello Stato. Le politiche fallimentari dei tagli alla spesa in cultura dimostrano come occorra identificare processi di finanziamento più efficienti, che possano supportare le istituzioni nel raggiungimento di finanziamenti privati complementari.</p>
<p>E proprio in momenti come questo, di grande complessità, occorre investire, ma &nbsp;è necessario essere selettivi, coinvolgere già in sede progettuale più attori, immaginare e proporre nuove soluzioni che permettano alle istituzioni culturali non solo di sopravvivere, ma di acquisire un ruolo di primo piano all’interno del sistema socio-economico, per la produzione di contenuti.&nbsp; Occorre però una chiara comunicazione al pubblico: l’investimento in cultura, se gestito in modo strategico e rifuggendo ciò che chiamo il “mostrificio”, ovvero la proliferazione di eventi, è un antidoto alla crisi, non è leisure, intrattenimento, ma è produzione di idee, che non sottrae budget al settore assistenziale.</p>
<p>Come accennato prima, la riflessione che alcune istituzioni stanno portando avanti per aggregarsi e lavorare insieme sui propri territori, prima che sull’arena globale, è una strada giusta per attrarre e rafforzare la comunità che non è di passaggio, ma che è radicata nel luogo e che dall’abitudine al consumo culturale può innovarsi esponenzialmente. Per creare un pubblico sempre più ampio e consapevole.</p>
<p><strong><em>Voltiamo pagina. Cosa pensa del colosso MAXXI, del nuovo Macro e dell’idea di far diventare Roma un “centro vitale” per l’arte contemporanea?</em></strong></p>
<p>I presupposti sono validissimi. Roma è nell’immaginario collettivo del mondo. Capitale. Unica. Restituirle un ruolo di centralità nella produzione e distribuzione di pensiero contemporaneo può avere efficacia per l’intero Paese.</p>
<p>Il museo nazionale è il grande, affascinante segno dell’architettura del presente nel quale riconoscerci. La sfida sarà farlo diventare un hub, un laboratorio interdisciplinare.</p>
<p>Il museo della città sottolinea molti aspetti fondamentali. Nell’architettura, nelle due sedi, dà nuova vita ad aree di archeologia industriale, riqualifica spazi urbani. &nbsp;Nel modello gestionale, ci ha dato prova di che cosa significa costruire il proprio pubblico,&nbsp; mettere a sistema le diverse competenze del territorio, condividendo risorse, razionalizzando gli investimenti, facendo emergere una pluralità di attori coinvolti in un progetto comune.</p>
<p>L’attenzione è stata tantissima, dovuta alla lunga gestazione. Copertura mediatica e pubblico senza pari in Italia sul contemporaneo, per l&#8217;inaugurazione. Ora lasciamoli lavorare e gustiamoci la programmazione&#8230;</p>
<p><strong><em>Come nasce il progetto SusaCulture? E, prima di salutarci, quali interessanti programmi ha per il futuro?</em></strong></p>
<p>Ai miei cinquant’anni ho deciso di mettere al servizio delle comunità l’esperienza maturata nel management culturale, per progetti di sviluppo locale.&nbsp; Da cittadina del mondo, sono diventata la “donna della Provincia”.</p>
<p>SusaCulture nasce come progetto e diventerà una fondazione a capitale privato e a governance mista. La Valle di Susa è paradigmatica, anche perché possiede in sé tutte le stratificazioni culturali della storia millenaria dei nostri territori, un patrimonio antropologico, naturalistico e storico-artistico. Vive una crisi economica, un’evoluzione sociale ineludibile con il flusso dei nuovi italiani ed è nota ora più per le tensioni relative alla No Tav che per essere stata sede delle Olimpiadi invernali.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-201 alignright" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/4_I-giovani-studenti-di-Susa-percorrono-il-Terzo-Paradiso-di-Michelangelo-Pistoletto-200x300.jpg" alt="4_I giovani studenti di Susa percorrono il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto" width="200" height="300" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/4_I-giovani-studenti-di-Susa-percorrono-il-Terzo-Paradiso-di-Michelangelo-Pistoletto-200x300.jpg 200w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/4_I-giovani-studenti-di-Susa-percorrono-il-Terzo-Paradiso-di-Michelangelo-Pistoletto-768x1152.jpg 768w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2010/07/4_I-giovani-studenti-di-Susa-percorrono-il-Terzo-Paradiso-di-Michelangelo-Pistoletto-683x1024.jpg 683w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p>SusaCulture &nbsp;è un facilitatore, una fucina di pensiero, alla quale ha risposto prontamente il mio network di relazioni.</p>
<p>Si muove con un approccio partecipativo che coinvolge la comunità nel suo stesso processo di crescita, con i giovani e per i giovani, &nbsp;a supporto della pubblica amministrazione e delle istituzioni scolastiche, per rafforzare le competenze, la visione, le relazioni e quindi per creare futuro.</p>
<p>Alcune azioni esemplificative. Il primo atto è stato un protocollo di intesa con il liceo che segue 800 giovani, per la costruzione di competenze trasversali, che si è aperto con &nbsp;<em>Extra Urbem</em>, un programma di confronti progettuali con i produttori di pensiero del nostro tempo. Primi ospiti: Michelangelo Pistoletto e Pier Luigi Sacco. Due ragazzi di SusaCulture, unici italiani residenti a Cittadellarte nel programma UNIDEE, stanno ora lavorando sul progetto dei beni faro del distretto culturale territoriale, a supporto degli amministratori. Giovani e pubblica amministrazione,&nbsp; insieme. Binomio vincente.</p>
<p>Dalla Trento School of Management due masteristi costruiscono la biblioteca con i giovani del liceo, una piazza del sapere, partendo da un nucleo di 2800 volumi d’arte. E ancora tre libri di ricerca in distribuzione entro l’anno…</p>
<p>Infine, per questa mia attenzione ai territori locali, sono stata coinvolta da diverse amministrazioni, che hanno caratteristiche analoghe a Susa. Un’anticipazione: <em>Provincia Italiana</em>, evento collaterale con il quale i saperi e le intelligenze che gravitano intorno alla Biennale di Architettura “tracimeranno” per la prima volta localmente, nel Veneto, nelle aree di archeologia industriale, negli edifici storici in cerca d’autore, con workshop e progettualità, per un ri-pensamento urbanistico.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-197" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/2_Catterina-Seia_ritratto-213x300.jpg" alt="2_Catterina Seia_ritratto" width="213" height="300" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/2_Catterina-Seia_ritratto-213x300.jpg 213w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/2_Catterina-Seia_ritratto.jpg 428w" sizes="auto, (max-width: 213px) 100vw, 213px" /></p>
<p><em>Ci salutiamo, ci lasciamo. Con il cuore e la mente colmi di speranze, buoni propositi. E tanta rinnovata fiducia nel lavoro di chi ha scelto consapevolmente di fare “buona cultura”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.rosannafumai.com/2010/07/13/195/">INCONTRO – INTERVISTA CON CATTERINA SEIA</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.rosannafumai.com">ROSANNA FUMAI blog</a>.</p>
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		<title>GIOVANI ABORISMI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[rosannafumai]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Aug 2006 21:01:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tema che vorrei affrontare con te è l’arte giovanile. Prima, però, di parlare dei giovani e degli ultimi fermenti, io comincerei parlando un po’ [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.rosannafumai.com/2006/08/09/giovani-aborismi/">GIOVANI ABORISMI</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.rosannafumai.com">ROSANNA FUMAI blog</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il tema che vorrei affrontare con te è l’arte giovanile. Prima, però, di parlare dei giovani e degli ultimi fermenti, io comincerei parlando un po’ di te e dei tuoi esordi [&#8230;].</strong></p>
<p>Io inizio come poeta, proveniente da una famiglia di aristocrazia di campagna, di borghesia agraria, costretto a lunghe vacanze estive nelle proprietà di famiglia, nel palazzo in cui sono nato [&#8230;]. Sono diventato intellettuale per disperazione, in quanto non riuscivo a legare con i ragazzi del paese, visto che tutto l’anno noi vivevamo a Napoli. Evidentemente, però, in me già c’era una attitudine, una attenzione, una curiosità verso la cultura, favorita dalla biblioteca paterna a cui io attingevo liberamente, con grande capriccio, direi proprio annusando i libri: letteratura americana, Faulkner, poi attraverso, è proprio il caso di dire, il medico condotto di Caggiano, dove sono nato, i primi libri di Kafka: <em>La metamorfosi</em>, <em>Il castello</em> e tanti altri. Testi di teatro, mio padre aveva una bellissima collezione di una rivista che si chiamava <em>Il dramma</em>, diretta da Lucio Ardenzi, su cui ho letto Eugene O’Neill, tanto teatro, quello italiano, Pirandello e molti altri. Insomma diciamo che era una sorta di nutrimento per sopravvivenza. Tornavo a Napoli e riprendevo gli studi [&#8230;]</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-151" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/abo-BASSA-227x300.jpg" alt="abo-BASSA" width="227" height="300" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/abo-BASSA-227x300.jpg 227w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/abo-BASSA.jpg 601w" sizes="auto, (max-width: 227px) 100vw, 227px" /></p>
<p><strong>[&#8230;] Del tuo esordio specifico nel mondo dell’arte che mi dici? Qualche precedente in famiglia?</strong></p>
<p>[&#8230;] Di artisti nella mia famiglia c’è ne è uno molto importante: Giuseppe Bonito, grande pittore del ’700, che è ospitato nel museo Capodimonte di Napoli. Era il pittore preferito dei Borboni, a corte. Diciamo che io ho coltivato all’inizio un interesse per la parola, lettura di romanzi e pratica poetica. Quei tentativi che credo ogni adolescente faccia, ma che io ho portato avanti in maniera sperimentale, partecipando ad un famoso gruppo d’avanguardia, il Gruppo 63, e facendo tra i primi, a livello internazionale, la <em>poesia visiva</em>, che è un incrocio tra arte figurativa e parola. Poi è nato un gruppo d’avanguardia che si chiamava Operativo 64, a Napoli, dove c’ero io come poeta, ma anche pittori, scultori e dove comincio ad avere anche un ruolo di teorico del gruppo. Ecco il primo avvicinamento alle arti visive, in termini proprio sperimentali, ad un gruppo di avanguardia.</p>
<p><strong>Quanti anni avevi?</strong></p>
<p>Avevo 24 anni. Ricordo che era molto importante questa nostra partecipazione alle conferenze presso la libreria Guida di Napoli [&#8230;]. C’era la tradizione di far venire ogni settimana un grande scrittore da tutto il mondo: Kerouac, Ginsberg, Pasolini, Moravia, Argan, Roland Barthes, e così io facevo degli interventi, pressoché ermetici, di venti minuti dopo le conferenze [&#8230;]. Così ho avuto modo di conoscere i primi grandi: Argan, mitico storico dell’arte, Filiberto Menna, che insegnava a Salerno Storia dell’Arte Contemporanea e divenne il critico de <em>Il Mattino</em>, il giornale più importante del Sud e di Napoli. Quindi mi avvicino sempre più all’arte. Menna mi chiama a tenere i primi corsi all’Università di Salerno e mi sposto, direi impercettibilmente, dopo aver pubblicato due libri di poesia sperimentale [&#8230;], definitivamente verso l’arte, in quanto sento che qui ci sono maggiori fermenti, maggiori contatti, c’è scambio, c’è dibattito, c’è un ambiente più vivo. Con un’arte americana, la Pop Art, che era già arrivata nel ’64 alla Biennale di Venezia e che si era ampiamente diffusa, c’era un clima più cosmopolita. Insomma,<em> la parola va tradotta, l’immagine arriva direttamente. </em>E quindi mi trovo a fare i primi corsi all’Università di Salerno, mi sposto nel ’68 a Roma e comincio a fare il critico. [&#8230;] Direi che la mostra che mi tiene veramente a battesimo si chiama “Amore mio”, fatta a Montepulciano, in Toscana, nel palazzo di un grande architetto manierista che si chiamava Peruzzi, dove invitavo dei grandi artisti a presentare [&#8230;] le proprie preferenze, gli amori culturali, spirituali, gli amori linguistici, antropologici, ecc. E lì io introduco già il mio modello critico, un modello protagonista. Non più il critico <em>servo di scena</em>, figura laterale, ma primo attore. E come gli artisti ho a disposizione 8 pagine. In queste 8 pagine metto per 8 volte la stessa mia foto fattami da un grande fotografo che si chiamava Ugo Mulas, con un testo di Nietzsche che scorreva sull’immagine, sul tema della morte. Si andava a sconvolgere, così, un ambiente non abituato al protagonismo del critico, un ambiente politico che era abituato a considerare Nietzsche un filosofo di destra. Gli artisti stessi erano sorpresi di veder nascere un compagno di strada, non più silenzioso, masochista e servizievole, ma protagonista, narcisista come loro e portatore anche di idee nuove. Faccio poi una mostra a Palazzo delle Esposizioni, che si chiama “Vitalità del negativo” [&#8230;]; poi, piano piano faccio la Biennale di Parigi come commissario italiano, scrivo il mio primo libro, <em>Il territorio magico</em>, e poi faccio una grande mostra su Duchamp. Poi organizzo una grande mostra nel ’73, nel parcheggio di Villa Borghese, appena ultimato dal grande architetto Moretti e faccio impacchettare le Mura Aureliane dall’artista Christo. La mostra fu organizzata dagli Incontri Internazionali d’Arte, una struttura privata, il cui segretario generale si chiama Graziella Lonardi, con cui lavoriamo tutt’ora e con cui c’è questa situazione, questo intreccio, questo rapporto. Con il settore Istruzione Pubblica abbiamo fatto varie mostre. Diciamo che col ’73 c’è la mia consacrazione a critico internazionale, con una mostra di 45 artisti europei e 45 americani, ma non c’è solo l’arte, ma cinema, teatro, musica, fotografia, danza, poesia, libri.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-150" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/aki-30_BNBASSA-300x300.jpg" alt="DCF 1.0" width="300" height="300" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/aki-30_BNBASSA-300x300.jpg 300w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/aki-30_BNBASSA-150x150.jpg 150w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/aki-30_BNBASSA.jpg 709w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>Sono passati più di 30 anni da allora…</strong></p>
<p>Poi c’è la crisi del petrolio, la guerra del Kippur arabo-israeliana, c’è la crisi delle ideologie, delle scienze umane, c’è la crisi del marxismo ed ecco che nasce una crisi anche nell’arte di avanguardia che era sempre parallela al discorso politico. Io, come Lenin, mi chiedo che fare, come uscire dal pantano accademico dell’arte concettuale. Avevo già scritto un libro, un primo saggio sul Manierismo, per il concorso all’università, e riprendo questo modello. Mi ricordo che nel ’500, dopo il grande Rinascimento, c’è un’epoca di crisi e gli artisti rispondono, invece che con <em>il principio dell’invenzione, </em>con quello della <em>citazione</em>: riprendere i linguaggi del passato per difendersi da una mancanza di futuro. E lì scrivo un libro che si chiama <em>L’ideologia del traditore</em> e comincio a teorizzare la <em>Transavanguardia</em>, che è una forma di neomanierismo: Chia, Cucchi, Clemente, De Maria e Paladino. Poi c’è la grande affermazione alla Biennale di Venezia del 1980, che diventa internazionale, [&#8230;] con l’accoglienza in America molto forte da parte dei collezionisti, dei musei, dei media (qui la consacrazione) e poi altre grandi mostre, libri che ho fatto, fino a quando nel ’93 dirigo la <em>mia </em>Biennale di Venezia, che è ormai diventata un modello espositivo. Ho partecipato, collaborato alla Biennale di San Paolo, alla Biennale di Dakar e ad altre mostre internazionali. Nel ’97, ho fatto una mostra che si intitolava “Minimalia”, sull’arte italiana del XX secolo, che trova poi la sua consacrazione nel ’99 a P.S.1, che è considerato il museo più avanzato che c’è in America. La Transavanguardia è poi andata avanti ed io ho continuato a realizzare mostre. A Napoli vengo chiamato, come consulente per le Arti Visive, da Antonio Bassolino, il quale ha avuto l’intuizione di capire come l’arte possa dare credibilità al progetto politico e preparo per lui un progetto triennale. [&#8230;] Alla Certosa di Padula ho fatto ristrutturare i giardini da architetti specialisti nei giardini ed inaugurato una mostra dal titolo “Le opere e i giorni” in collaborazione con la Soprintendenza di Salerno. Giovanna Sessa, Gennaro Miccio, i Soprintendenti, Prosperetti prima e Zampino ora, hanno assecondato pienamente questi progetti e quindi l’arte contemporanea è arrivata fino ai confini della Campania. Inoltre a Napoli abbiamo realizzato il museo Madre, con la Regione, in cui Bassolino è Presidente della Fondazione, io Vicepresidente, nonché presidente del comitato scientifico, direttore della Fondazione Edoardo Cicelyn e curatore generale Mario Codognato, con mostre di rilievo internazionale e in più Cicelyn in questi dieci anni ha realizzato in piazza Plebiscito a Natale, ogni anno, una installazione di grandi artisti, richiamando l’attenzione del pubblico e creando un dibattito in tutta la città, in collaborazione anche lì con la Soprintendenza del Museo Archeologico, di Capodimonte, del Palazzo Reale. Ecco quindi che si è creata una sinergia tra arte e politica, con grandi vantaggi per l’arte e grande decoro per la politica.</p>
<p><strong>Dal tuo osservatorio privilegiato, che è quello di chi ha una visione ampia, perché di respiro internazionale, di tutto il panorama artistico contemporaneo, che viene da trent’anni e più di esperienza, quali sono secondo te le grosse differenze tra ieri ed oggi nel mondo dell’arte?</strong></p>
<p>Possiamo dire che negli anni settanta c’è un empito politico, c’è una passione culturale che passa anche attraverso il dibattito, il bisogno del gruppo. Non a caso, poi, io realizzo la Transavanguardia che è formata da un gruppo di artisti, e in questi anni, col superamento totale delle ideologie, col disincanto, siamo di fronte a generazioni che vivono non dico senza speranza, ma vivono il lavoro dell’arte senza l’eroismo degli anni ’70, direi con una burocrazia comportamentale che riguarda anche i curatori che fanno manutenzione, più che interpretazione dell’arte.</p>
<p><strong>Il panorama artistico inerente ai giovani, anzi i giovanissimi: che mi dici?</strong></p>
<p>La Transavanguardia è stata favorita anche da un decennio di grande ricchezza: gli anni ’80. C’è stato un boom nel collezionismo, c’è stato anche un ritorno di rispetto verso l’arte, proprio perché fino agli anni Settanta c’era stata un’arte che si era smaterializzata, era diventata fotografia, era diventata un concetto, un’idea. Con la Transanvanguardia c’è un recupero del corpo dell’arte, della pittura, del piacere del colore, della forma, anche della forma astratta [&#8230;]. Dopo gli anni Novanta, è tornata una crisi economica che tutt’ora persiste e questo ha creato anche problemi alle gallerie, ai collezionisti ed agli artisti stessi. I giovani artisti d’oggi, dunque, si trovano in una situazione senza dubbio molto meno favorevole di quanto non fosse negli anni Ottanta per quelli della Transavanguardia.</p>
<p><strong>Ma oltre che [&#8230;] da un punto di vista economico, in Italia e all’estero, la situazione è anche meno favorevole proprio per quella mancanza di futuro e di prospettive di cui parlavi fino ad un attimo fa? [&#8230;]</strong></p>
<p>Io credo che sia tutto un insieme di cose. Crisi dei valori, crisi sociale. Anche perché ci sono state delle trasformazioni. Non dimentichiamo che c’è, proprio oggi, un mondo molto più multietnico [&#8230;], multiculturale. Ci sono invasioni di popoli che scendono da paesi poveri o perché in guerra o perché cacciati. C’è anche, delle volte, una risposta isterica di ceti più poveri che si sentono a loro volta invasi e direi anche contaminati. In realtà, io sono per il multiculturalismo, per la multietnia, ma diciamo che tutto questo ha creato un nuovo contesto. Un contesto molto complesso di cui risente anche l’arte e la ricerca dei giovani.</p>
<p><strong>Cos’è che hai visto negli ultimi mesi, negli ultimi anni di particolarmente eclatante o che ti è sembrato veramente “speciale”?</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-152" src="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/achille_bonito_oliva-300x250.jpg" alt="achille_bonito_oliva" width="300" height="250" srcset="https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/achille_bonito_oliva-300x250.jpg 300w, https://www.rosannafumai.com/wp-content/uploads/2016/04/achille_bonito_oliva.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Io, adesso, più che degli artisti che lavorano su di una mentalità collettiva o con delle poetiche affini, vedo degli artisti dell’ultima generazione, diversi tra loro, come Elisabetta Benassi, Francesco Arena, Victor Bauer, Scotto di Luzio, Piero Volìa, Sara Ciracì, in Italia. All’estero vedo Sislej Xhafa, un’artista del Kosovo molto brava, che vive a N.Y., Bianco e Valente, Perino e Vele, dei fotografi bravissimi, alcuni registi. Io posso dire, come testimone, di avere una attenzione “attiva”, propositiva che riguarda più gli artisti nel senso classico della parola, però constato che c’è a Napoli una ventata di nuovo cinema molto interessante: Sorrentino, Capuano, Pappi Corsicato. Fotografi giovani: Biasiucci o per esempio, novità anche nel campo del teatro, dopo Martone. Trovo che ci sono forze culturali sparse per ogni categoria o linguaggio, che però operano in termini solitari, individuali.</p>
<p><strong>Comunque, c’è qualcosa che si muove, un fermento….</strong></p>
<p>Ma l’arte è un <em>respiro biologico</em>, non smette mai, altrimenti il mondo morrebbe per asfissia! <em>L’arte è il polmone della vita collettiva di ogni civiltà. </em>Là dove c’è libertà, democrazia, c’è anche un’arte che si espande liberamente e devo dire che in Europa e in America c’è sempre un fermento nuovo. Ma direi che oggi questi fermenti lambiscono anche altri continenti: l’India, la Cina… Io adesso sto preparando, per il 31 maggio (l’intervista si è svolta nello scorso aprile, <em>ndr</em>), una grande mostra per il nuovo museo di Shangai, fatta e prodotta dall’ICE, Istituto Commercio con l’Estero, una mostra che nasce da un dialogo tra me ed il Presidente dell’ICE, Umberto Vattani e che si chiama “Italy Made in Art: Now”, dove l’idea è che anche la produzione materiale italiana ha alla base una matrice, una memoria culturale (che è poi l’idea del progetto rinascimentale: armonia, proporzione e simmetria, la cosiddetta eleganza). Io faccio una mostra che va da Lucio Fontana fino ai giovani d’oggi, ma non solo artisti nel senso stretto del termine, ma anche rappresentanti del design, cinema, teatro, musica, danza, fotografia e poesia visiva.</p>
<p><strong>[&#8230;]</strong> <strong>Rispetto magari a vent’anni fa, quando c’era l’idea del gruppo, oggi, mi dicevi un attimo fa, si notano artisti singoli….</strong></p>
<p>Ma non sono artisti singoli perché io li vedo singoli, il fatto è che è cambiato il contesto. Prima c’era maggiore fiducia nella politica, c’era il cosiddetto <em>collettivo</em>, che si riverberava nell’arte in una sorta di contro-comunità estetica e noi, infatti, vivevamo insieme con gli artisti mattina, pomeriggio, sera e notte. Passavamo il tempo assieme fino all’alba. Adesso gli artisti hanno i loro orari come gli impiegati, anche perché vivono più singolarmente, in ambiti più familiari, più ristretti. Non c’è più quella gioia di vivere, di scambiare che c’era negli anni Settanta e Ottanta.</p>
<p>Certo è vero che emergono alcune figure solitarie che ho seguito in questi decenni, come Vettor Pisani, un artista che lavora sull’alchimia, sul recupero dell’oggetto, sullo studio di Duchamp, di Beuys, su Leonardo, quindi un lavoro sull’ironia e sulla profondità; Gianni Piacentini, uno che negli anni ’70 comincia con l’Arte Povera, ma che poi ha un suo percorso solitario. Lavora al limite del design, con delle forme aerodinamiche che non hanno una funzione pratica, ma solo estetica; Maurizio Mochetti, che lavora col laser e realizza dei piccoli aerei, delle macchine futuribili. Poi, ancora, Pier Paolo Calzolari, anche lui un solitario che ha lavorato in maniera molto lirica con diversi materiali, ma senza quell’impronta ideologica di molti artisti dell’Arte Povera, quindi più libero. Un altro grandissimo artista è Michelangelo Pistoletto, che parte con i ritratti su superficie specchiante e arriva a fare lavori con forme diverse, ma sempre sul problema dell’identità. È un’arte che oggi si interroga sul mondo in cui viviamo [&#8230;]. Lui sta teorizzando una “creatività responsabile”, cioè come fare in modo che l’arte non sia una domanda sul mondo, ma possa diventare anche una risposta ai problemi. Per concludere, tra gli artisti di ultimissima generazione, uno molto bravo si chiama Matteo Basilè. Lui lavora molto sul digitale, attraverso il computer, con la fotografia, col video, ma restituendo a questi mezzi una complessità oltre che un piacere estetico per l’occhio.</p>
<p><strong>Che cosa ti colpisce in un artista al punto da farti pensare che valga la pena interessarsi al suo lavoro?</strong></p>
<p>Il fatto che non è omologato, che fa qualcosa che io non ho mai visto, che mi crea un “inciampo” alla vista, una piccola sorpresa. <em>L’arte è una smagliatura</em>, come in una calza di nylon, il critico è quello che fa la cucitura. E questa smagliatura deve essere prodotta dall’opera [&#8230;].</p>
<p><strong>[&#8230;]</strong> <strong>Noto, sempre più spesso, che i giovani artisti, [&#8230;] puntano molto sulla comunicazione e si preoccupano anche di sponsorizzare se stessi. Per questo li vedi fare uso, molto più facilmente, di dvd o cd-room per proporre il proprio lavoro.</strong></p>
<p>Io ripeto sempre quello che chiamo un “<em>abo</em>risma”, anziché un aforisma: <em>c’è chi passa alla storia e chi alla geografia!</em> Prima gli artisti passavano alla storia dall’opera, adesso passano alla geografia, perché si muovono, vanno a conoscere i galleristi, vanno dal critico, viaggiano, prendono l’aereo. Sono dinamici. Oggi c’è un nomadismo professionale che non va tutto stigmatizzato negativamente, che va al passo dei tempi. L’arte contemporanea è per definizione nomade, mobile e flessibile.</p>
<p><strong>[&#8230;] Guardando ai giovani d’oggi, non trovi che dilaghi una certa ignoranza? non vogliono studiare, sono poco interessati alla cultura ed invece molto attratti dall’<em>apparenza</em> delle cose. D’altro canto è pur vero che viviamo nella società dell’immagine!</strong></p>
<p>È chiaro che la telematica, la televisione, il computer hanno sviluppato quella che io chiamo una sensibilità <em>pellicolare</em>, bidimensionale, senza approfondimento. La spettacolarità di questi mezzi assorbe molta attenzione da parte dei giovani i quali acquistano delle tendenze che li portano a “scorrere” sulle cose, piuttosto che ad approfondire. È un problema legato anche ai mezzi di riproduzione e di diffusione.</p>
<p><strong>Concludiamo con i tuoi programmi per il futuro.</strong></p>
<p>È appena uscito, a maggio, a Pechino, il mio quinto libro tradotto in cinese <em>L’Ideologia del</em> <em>Traditore</em>. Molti miei libri son tradotti in tutto il mondo e quindi il ruolo del critico è un ruolo assolutamente <em>global</em>. Io mi sento in questo un critico nomade e la mia antropologia napoletana favorisce il mio nomadismo, visto che il napoletano è, per definizione, emigrante. Solo che io amo tornare a Roma, in via Giulia, perché è un teatro visivo straordinario e stimolante. Per l’anno venturo, poi, sto preparando, presso il Museo Puskin di Mosca, una mostra sulla Transavanguardia. Il 23 giugno prossimo organizzo a Padula una manifestazione che si chiama Frescobosco. Per tutta la notte, dalle otto di sera alle sei della mattina, io esco dalla Certosa ed entro nel bosco, con varie <em>performances</em>. Infine, il 30 giugno, nell’ambito del Festival di Ravello, quest’anno dedicato al gioco, organizzo una mostra che si intitolerà “Il gioco è fatto”, con una serie di artisti internazionali, storici e giovani.</p>
<p><strong>Se tu avessi la bacchetta magica e potessi tornare improvvisamente indietro di 30 o 40 anni, rifaresti lo stesso percorso, la stessa professione o cambieresti qualcosa del tuo passato?</strong></p>
<p>Un altro <em>aborisma</em> dice: <em>critici si nasce, artisti si diventa e pubblico si muore</em>! Quindi… meglio di così…</p>
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