Yona Friedman, l’architettura a misura d’uomo

Nonostante non creda molto nelle specializzazioni, Yona Friedman può indifferentemente essere considerato architetto, urbanista, designer, politologo, studioso di sociologia, fisica, arte e scienza delle comunicazioni.

Nato a Budapest nel 1923, l’architetto ungherese ha legato il suo nome a quella teoria/utopia che vede l’uomo al centro del proprio habitat, capace di produrre da solo lo spazio architettonico in cui vivere. Il carattere sperimentale del suo lavoro lo ha portato spesso a costruire con estrema flessibilità, con grande fantasia, ma anche con una spiccata tendenza alla democratizzazione che ha reso i suoi progetti “realizzabili”, basati sul negoziato, piuttosto che imposti dall’alto ed in grado di mettere in collegamento culture diverse. L’architettura è pensata come esercizio per tutti, mentre creatività ed improvvisazione arrivano a sostituire piante e progetti. In una intervista di qualche anno fa’, in proposito, diceva: “La realtà dipende sempre dall’immaginazione delle persone”.

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Le forme di alcuni suoi progetti sono state accomunate a quelle di altri artisti della stessa generazione, a dimostrare che le sue opere sono parte di un processo in atto, come lui stesso ama definire il proprio lavoro. Membro della resistenza antinazista ungherese, Friedman ha trascorso alcuni anni in Israele, ad Haifa, dove ha abbozzato la prima delle sue molteplici teorie: il Manifesto dell’architettura mobile.  In esso si legge chiaramente che speciali sistemi di costruzione potrebbero permettere all’abitante di determinare da sé la forma, lo stile etc. del proprio appartamento e di cambiarlo quando lo desidera. Questa idea permette di pensare ad infrastrutture che siano il più neutre possibili, realizzando quel concetto di modernità, che spogliandosi della sua veste astratta, diventa una chance di utilizzo dell’esistente, tenendo contemporaneamente in grande considerazione i desideri degli abitanti. L’artista ha spesso riconosciuto nelle irregolarità, nelle imprecisioni delle strutture e  negli scarti il valore dell’imprevedibilità e per questo ha sovente utilizzato materiali poveri e di riciclo, come la carta, il cartone e la corda del bucato. Proprio come nell’ultima Biennale, dove, coinvolgendo un gruppo di studenti nel vero e proprio processo progettuale e costruttivo, ha applicato la sua idea di arte come pratica condivisa del fare, anche nei confronti di chi è privo di saperi specialistici. Il risultato si è concretizzato in un esercizio di architettura aperto a tutti, dove ognuno si è sentito libero di creare spazi su misura delle proprie esigenze.

Piuttosto che creare edifici-icona come la gran parte degli architetti contemporanei, Friedman si cala dentro lo spazio quotidiano del singolo ed offre gli strumenti per costruire delle micro visioni individuali. Esattamente come si evince dalla sua ultima mostra a Brescia, presso la Galleria Massimo Minini, che si basa su una riflessione sullo spazio architettonico di due città italiane, Brescia e Venezia, accomunate da un forte vincolo storico e territoriale, pur con caratteristiche diverse. Le prospettive si sollevano sui panorami urbani come nuvole geometriche e decostruite, in un alternarsi di volumi sinuosi e griglie schematiche. Cartoline postali, titolo della mostra, sono immagini di due città in cui l’architetto è intervenuto con i suoi progetti, declinati secondo l’idea centrale della sua Ville Spatiale, soluzione urbanistica formulata da Friedman già nel 1956. Intervistato di recente, in proposito ha detto: “Credo che la Ville Spatiale sia ancora oggi una possibilità e la mia proposta di una città articolata nello spazio sovrastante la città esistente è uno strumento per risolvere problemi di crescente densità.” La proposta, all’epoca fortemente innovatrice, di risolvere i problemi di congestionamento delle metropoli mondiali, è stata poi ingiustamente dimenticata a causa del prevalere di ideologie architettoniche autoreferenziali come il Neorazionalismo o effimere come il Postmoderno e Friedman, dopo una iniziale ed apprezzabile notorietà, coincisa con il suo trasferimento a Parigi nel 1957, ha conosciuto poi un periodo di oscurantismo.

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Per fortuna, i corsi e ricorsi storici prevedono che si rivalutino idee e personaggi interessanti e Yona Friedman, tornato da poco sotto le luci della ribalta, si rivela ancora un artista molto attuale. Da molti dei numerosi libri pubblicati nell’arco della sua vita, viene fuori un altro argomento sul quale si è a lungo dibattuto in quest’ultimo decennio: l’impossibilità della comunicazione globale. L’architetto afferma che questa limitazione non deriva da fattori tecnologici, anche troppo sovrastimati, ma dall’effettiva impossibilità di comunicare nel linguaggio dell’altro. E questo perché il linguaggio del singolo è emozionale ed il linguaggio emozionale globale è impossibile. In Friedman dunque rivive una forma d’amore e di rispetto per l’essere umano che va ben oltre i dettami del XXI secolo, auspicando una città in cui l’uomo democratico, che decide per se stesso, vive in autonomia di pensiero e nel rispetto dello spazio fisico dell’altro.

 

 

 

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