Vittorio Formisano, una vita per la pittura

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Vittorio Formisano è una giovane promessa della pittura italiana.

Ciro, questo il suo vero nome, ha 36 anni e origini campane. Vive e lavora a Montignoso, un piccolo paese in provincia di Massa Carrara. La pittura è tutta la sua vita, oltre alla piccola Eva, e ci si dedica con passione da svariati anni. Lavora il giorno e la notte senza sosta. Crea, pensa, racconta, scrive, soffre. Ma non ama le etichette e cerca a fatica di non rientrare nelle ordinarie classificazioni. Informale, espressionista, astrattista, avanguardista. La sua pittura è di più. E’ un modo di parlare, una esigenza primaria, un indiscusso bisogno che, in un apparente disprezzo per la materia, si concretizza in una immagine assoluta che sembra voler fissare, per pochi istanti, il flusso inarrestabile del tempo e della memoria.

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Vittorio riflette da sempre sui motivi iconografici della tradizione, il ritratto, la natura morta, il paesaggio, la figura, ma poi pare che dal suo pennello escano solo segni. Incisi, graffiati, talvolta più simili a scarabocchi che a lettere, ma carichi di una energia che promana dal continuo divenire, nella ricerca costante di un punto d’equilibrio di una situazione limite. Il risultato è una copiosa produzione di tele, su cui oli, acrilici e vernici si stratificano e fanno emergere, in modo tormentato, immagini molto semplificate. Pare allora di intravedere inquietanti rappresentazioni del subconscio, teste reclinate, mani indicanti e bocche aperte ad urlare parole mute. E poi segni forti, decisi, incisi nel colore come a segnalare un disagio che è un po’, come dice lui stesso, il disagio di vivere.

La scarsità dei mezzi impiegati, l’equilibrio delle composizioni, il ricorso talvolta ad inserti che rievocano un affettuoso passato (fotografie, stracci per lavare i pavimenti, pagine della guida telefonica, materiali d’uso comune), la ripetizione quasi ossessiva di segni diventati ormai personalissime cifre stilistiche, enfatizzano l’evidenza del soggetto e sembrano dichiarare una rinuncia a tutti gli elementi patetici e tragici dell’esistenza. Talvolta, infatti, queste tele fanno sorridere. Ispirano tenerezza quei buffi personaggi che non sanno mai tacere. Ma poi basta andare in profondità, saper leggere tra le righe, più sotto del colore, dentro la trama e l’ordito della tela, per vedere riaffiorare, come monito alla superficiale umanità, tematiche importanti, talvolta cariche di memorie di una tragica storia per fortuna già passata.

Nella pittura di Formisano, così cupa, ironica e dolorosa, senza luce, troviamo i residui della stagione espressionista, di quell’Art Brut che Dubuffet aveva inventato, battezzando una serie di esperienze in cui il disegno veniva reso semplice e goffo, rivelando una grande passione per l’arte infantile e quella degli alienati. Non si tratta di una pittura fatta per piacere, gratificare, compiacere. Si tratta piuttosto di un lavoro serio e costante, impegnato ed impegnativo, condotto sino ai limiti della propria essenza. La pittura per lui è un lavoro. Quotidiano, faticoso, talvolta pesante. Si tratta di una sorta di attività artigianale che spesso è ben lungi dal soddisfare. E infatti Vittorio torna spesso sui suoi lavori anche nel corso degli anni. Li ricopre, li cancella, li elabora, li cambia fino a quando non è soddisfatto, continuando ad intervenire sulla stessa base che, nel frattempo, è lievitata, ha preso corpo e spessore. La luce non lo interessa, almeno non nel senso comune. I suoi bianchi sono densi, pastosi, stratificati, espressivi già solo perché non hanno funzione di costituire il fondo o la figura, ma perché diventano corpo sostanziale del dipinto stesso. Tale radicalità cromatica è di sicuro grande impatto, ma talvolta tutto questo biancore produce l’effetto opposto. Sembra di soffocare, abbacinati da tanto chiarore. Così per quei laghi di rosso. Violento, aggressivo, talmente forte da far venire alla mente solo l’amore o la morte.

Di se stesso dice: “Amo più il pensiero di essere artista che il riconoscimento che questo comporta.”

E questa frase, in modo inequivocabile, ben rappresenta chi fa quotidianamente della pittura la propria ragione di vita.

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