SEBASTIANO DEL PIOMBO

Sebastiano Luciani (1486-1547) era detto “del Piombo” a causa dell’ufficio della piombatura pontificia, che gli era stato conferito nel 1531. Si trattava di un incarico da guardasigilli delle bolle e delle lettere apostoliche che aveva ottenuto a Roma, dove visse la sua pienezza artistica da grande protagonista del Cinquecento.

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Ed è proprio a Roma che è in corso, con un evento mai realizzato prima, una grande  mostra monografica sul pittore veneziano. Nelle sale di Palazzo Venezia, infatti, dal 7 febbraio al 18 maggio 2008, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, si sta svolgendo una magnifica esposizione che poi passerà a Berlino, presso il Staatliche Museen, dal 28 giugno al 28 settembre 2008.

Ottanta le opere esposte, grazie alla generosità delle istituzioni prestatrici, tra tavole imponenti, ritratti a grandezza naturale, piccoli dipinti su lavagna, disegni preparatori e opere messe a confronto a testimonianza di un percorso che si presenta al pubblico come un vero e proprio viaggio iniziatico, in cui sarà possibile apprezzare tutte le tappe della evoluzione stilistica del sommo pittore: dal calore cromatico degli inizi, all’astrazione geometrica e ai toni cupi dell’ultima parte della carriera.

Il forte ascendente esercitato dal pittore veneziano ben oltre i confini del suo secolo, che segna dal punto di vista iconografico e stilistico l’intera età post-tridentina, è testimoniato dalla presenza in mostra di opere di alcuni artisti spagnoli e italiani, nella cui produzione è chiaramente evidente l’influenza di Sebastiano.

L’esposizione, curata da Claudio Strinati, Soprintendente Speciale per il Polo Museale romano e promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è realizzata con un allestimento ideato da Luca Ronconi e Margherita Palli. La retrospettiva è organizzata da Mondomostre e rientra in un complesso progetto culturale dedicato all’artista veneto. Oltre alla mostra romana e alla seconda tappa presso il museo tedesco, è previsto per tutto il 2008 un intervento di conservazione su alcune sue opere, un grande convegno internazionale di tre giorni, cui parteciperanno i maggiori esperti mondiali del Rinascimento, durante la settimana dei Beni Culturali, ed il coinvolgimento diretto del Dipartimento di Storia dell’Arte della Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma e dei suoi studenti. La rassegna, così, acquista anche un importante valore pedagogico-sperimentale.

Per l’occasione Federico Motta Editore pubblica “Sebastiano del Piombo”, un volume a carattere monografico sull’artista, con il quale la casa editrice si propone di ripercorrere la complessa vicenda figurativa del pittore veneto, che dagli esordi giorgioneschi approda alla Maniera, per focalizzare i momenti cruciali della sua parabola espressiva sorprendentemente anticipatrice.

Gli anni in cui Sebastiano lavora sono anni particolari. Il momento storico è particolare: molte sono le complesse trasformazioni sociali e religiose che si vanno compiendo, dalla Controriforma al sacco di Roma, al succedersi, nell’arco di pochi decenni, di sette papi. Nella città natale Sebastiano aveva condiviso il delicato momento di passaggio dalla tradizione rappresentata da Giovanni Bellini, al nuovo orientamento indicato da Giorgione, suo maestro. Allora aveva svolto un ruolo di importante mediazione, divenendo uno dei protagonisti di quegli anni. Nonostante i tentativi di affermazione di una propria autonomia espressiva, per lungo tempo fioccarono leggende sulla ipotesi che in realtà egli non sapesse disegnare sul serio, proprio perché allievo di Giorgione, e quindi non fosse in grado di concepire vere e proprie composizioni pittoriche. E per questo cominciarono a spargersi le chiacchiere. Si diceva che Michelangelo avesse preso a ben volere Sebastiano e che lo aiutasse segretamente. Gli forniva disegni e lo sosteneva per fargli ottenere incarichi. Su tutte le cose migliori che Sebastiano farà da un certo punto in poi graverà questo sospetto, unito al dubbio se fosse o meno intenzionale quel voler dipingere “scuro”.

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A proposito del suo disegno gigantesco e solido, in cui le immagini apparivano meste e frustrate come se un velo di possente malinconia fosse stato calato sulla sacra rappresentazione, Strinati scrive: “Si capiva meglio l’intenzione del maestro. Era quella di entrare nella dimensione del buio e della notte”. Era evidente dunque che si trattava di una stagione estremamente difficile quella che tutti stavano vivendo e “Lutero poteva appariva come un monito colossale per le coscienze, un incitamento a guardare oltre l’apparenza.

Negli anni che seguirono la tragica vicenda del sacco di Roma, Sebastiano del Piombo riaffermerà nella pittura sacra quelle esigenze di pietà e austerità che taluni ambienti mostrarono di recepire prima della loro ufficializzazione. Alcuni dipinti degli ultimi anni sono precoci esempi di questo suo sentire religioso, che avrebbe ispirato una serie di immagini devozionali redatte in uno stile severo conveniente alla drammaticità del clima romano di quegli anni.

Mentre quella sua pittura rigorosa ed appartata stava reinventando l’essenza stessa della cristianità.

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